Capitolo 29 – Troppe cose in un minuto

Quando furono abbastanza lontani, SuperSam si scosse di dosso Marta e se ne liberò, con la promessa che sarebbe tornato.

“Ti aspetterò qui!” li salutò la ragazza, estraendo un pennarello indelebile dalla tracolla e cominciando a scarabocchiare il lampione sotto il quale credeva di dover attendere il suo amato. Il supereroe scosse la testa.

“Una mossa, ragazzi,” li incitò SuperFra, “Dove andiamo? Al dipartimento di fisica nucleare? È all’università no?”

“Ma che fretta hai?” fece SuperJay a cui, nonostante lo spiacevole incontro con il reporter, Marta metteva sempre allegria.

“Nessuna fretta, su, svelti!”

SuperSam e SuperJay si scambiarono uno sguardo e salirono sul monopattino, diretti all’Università degli Studi di Città. SuperFra si era posta alla guida, con i denti serrati per la rabbia per l’incontro con il giornalista. I colleghi avevano ragione, non c’era nessuna fretta, ma aveva un bruciante bisogno di mettere più distanza possibile tra lei e quell’Alberto Tonelli.

“Beh, eccoci qua” annunciò SuperJay guardando il cielo, quando furono davanti al dipartimento di fisica nucleare.

“Lo sappiamo, Jay,” disse stizzita SuperFra, spingendola da parte per passare, “non serve che annunci i nostri movimenti.”

“Lo faccio per facilitare il lavoro a chi scriverà un fumetto su di noi,” replicò la supereroina trotterellando dietro alla collega, “così avrà già le scene pronte e non dovrà inventarsele.”

“Molto gentile da parte tua. Ehi,” SuperFra posò entrambe le mani sulla scrivania della segretaria del dipartimento, “la professoressa Schiaffino?”

Una donna occhialuta, sulla cinquantina, sollevò lo sguardo dal giornale che stava leggendo per osservare gli strani personaggi che le si paravano davanti. Dopo che li ebbe squadrati accuratamente, fece una smorfia indecifrabile.

“Mmh-Mmh,” disse, “quarto piano, secondo corridoio a destra. Il suo nome è sulla porta.”, e continuò a fissarli con la sua strana espressione. D’un tratto SuperFra capì.

“Non siamo stati noi!” sbottò, strappandole il giornale dalle mani e lanciandolo verso il cestino più vicino solo per mancarlo clamorosamente. La segretaria non si scompose e prese a sfogliare una rivista, senza mai perdere d’occhio i supereroi. Irritata per la sua scarsa mira, SuperFra si girò di scatto e marciò verso le scale.

“Grazie!” sussurrò SuperSam quando la collega fu fuori portata d’orecchio, e si affrettò a seguirla.

“Ora noi andiamo dentro,” cominciò SuperFra senza guardare gli altri due, “inchiodiamo la professoressa e ci facciamo dire tutto quello che sa.”

“Fra,” intervenne SuperSam con tono diplomatico, “Non credo che ci saranno problemi nel chiedere la sua opinione su-”

“Bene! Allora la inchiodiamo e ci facciamo dire la sua opinione.”

“Ma perché non dovrebbe volercela dire?”

“Bene! Allora la inchiodiamo e ci dirà la sua opinione e sarà contenta di farlo!”

Gli altri due si scambiarono uno sguardo confuso. SuperSam si fece l’appunto mentale di iscrivere SuperFra ad un corso di controllo della rabbia.

“Avrà pur qualche idea su cosa sia successo,” continuò la supereroina, “se sa cosa non è stato saprà anche cosa è stato, no? Almeno un-E NON LO LEGGERE!” urlò, afferrando un giornale dalle mani di uno studente che lo stava leggendo sul pianerottolo. Questo fece un salto all’indietro e si appiattì contro il muro, evidentemente terrorizzato. SuperFra gli rivolse uno sguardo assassino.

“Ma tu sei…” disse, appena riprese il fiato, “U-una ragazza! Qui a Fisica…non sono pronto per questo!” lo studente scoppiò in lacrime e si diede alla fuga.

“Secchione!” gli urlò dietro la supereroina, decisa a non perdersi nemmeno un’occasione in cui poteva esercitare crudeltà gratuita quella mattina.

Quando furono davanti alla porta della professoressa, SuperFra batté il palmo aperto sul vetro e la aprì senza aspettare risposta. La donna seduta dietro la scrivania non aveva affatto l’aspetto di una professoressa, con la sua T-shirt di Game of Thrones, i jeans, le scarpe da ginnastica e i capelli biondi portati sciolti e lunghi fino alle spalle. Avrà avuto sì e no quarant’anni. Quando i supereroi furono nella stanza, rivolse loro uno sguardo stupito e mise in pausa il suo videogioco.

“Nel frattempo, nello studio della professoressa Schiaffino…” annunciò SuperJay. SuperSam le mollò uno scappellotto.

“Sì?” esordì la professoressa dopo qualche attimo di silenzio. SuperFra estrasse il giornale di qualche giorno prima dalle pieghe del mantello e lo gettò in malo modo sulla scrivania. La professoressa lo osservò candidamente, poi riprese a guardare i supereroi.

“Professoressa,” cominciò SuperFra, che sembrava aver ritrovato un minimo di calma, “abbiamo letto le sue dichiarazioni alla polizia riguardo la rapina in banca. Mi riferisco alla modalità in cui è avvenuta…con il calore e tutto il resto.”

“Ah, sì,” fece la professoressa, appoggiandosi allo schienale, “è piuttosto strano. Impossibile, direi. Lo direi se non fosse successo. Ma è successo, quindi è possibile.”

“E tu ci dirai tutto quello che sai, hai capito?” gridò SuperJay sbattendo i palmi sulla scrivania, così improvvisamente che la professoressa quasi trasalì.

“Che stai facendo, Jay?” abbaiò SuperFra.

“Poliziotto buono poliziotto cattivo,” le rispose la collega con un occhiolino, “tu ti sei calmata, quindi-”

“I ruoli non sono intercambiabili, maledetta psicopatica!”

“Uhm, senza contare che non mi sembra particolarmente riluttante a-” cominciò SuperSam, ma si zittì non appena incrociò lo sguardo di SuperFra. La supereroina fece un respiro profondo e riprese a parlare.

“Ci chiedevamo…cosa può essere stato?”

“Anch’io.” disse calma la professoressa.

“Mi scusi?”

“Anch’io mi chiedevo cosa fosse stato. Un calore del genere,” continuò, alzandosi e dirigendosi verso la finestra, “non può essere generato da niente di…diciamo ‘umanamente trasportabile’. Intendo dire che un lanciafiamme o qualsiasi altro strumento a cui io possa pensare non può produrre abbastanza energia per fondere con tanta precisione il pavimento di un caveau. Sembrerebbe quasi impossibile. Ma, ripeto, è successo.”

“Ha detto nessuno strumento trasportabile,” intervenne SuperSam, “e riguardo ai non trasportabili? Cosa esiste al mondo capace di fare una cosa del genere?”

La professoressa Schiaffino si girò per guardarlo negli occhi, pensosa.

“Beh,” cominciò, allungando una mano per cercare l’appoggio del davanzale, “senza dubbio qualcosa di nucle-AH!” il professore lanciò un grido, ritirando improvvisamente la mano dalla finestra.

“Ah, nucle-AH. Ma certo.” disse SuperJay, annuendo.

“Che è successo?” si affrettò a dire SuperFra, scattando in avanti verso la professoressa.

“Ma scotta!” esclamò quella, “Brucia!”, e si sporse per guardare fuori. Immediatamente balzò all’indietro lanciando un grido.

Una mano apparve dalla finestra per aggrapparsi alla parte interna del davanzale, trascinandosi dietro una donna che, a fatica, scalava l’edificio. Aveva il volto coperto da un paio di occhiali neri e dal cappuccio della felpa, che aveva tirato su fino agli occhi. Quando fu a cavalcioni della finestra alzò la testa per osservare la stanza, che di certo non aveva visto bene, dato come era coperta. Due labbra rosse si spalancarono quando videro la professoressa appiattita contro tre supereroi paralizzati dallo spavento. In un attimo la smorfia di stupore si trasformò in una di rabbia e, con somma sorpresa di tutti, la donna si lasciò cadere nel vuoto alle sue spalle.

“NO!” gridò istintivamente SuperFra, precipitandosi alla finestra e immediatamente urlando di dolore per il contatto con la superficie calda. Si voltò verso i colleghi.

“È…è morta!” boccheggiò, “Chiamate la polizia, è caduta!” SuperJay la spostò delicatamente per sporgersi a sua volta dalla finestra. Il corpo della donna che poco prima era apparsa nello studio della professoressa giaceva scomposto nell’erba incolta dietro l’edificio.

“Ma che è successo?” disse la supereroina, confusa come non mai. “Il davanzale si è scaldato e poi è apparsa una e poi si è ammazzata nel giro di un minuto? Non ha-”

“GUARDA!” gridò SuperFra, indicando il corpo. O meglio, la donna che si stava lentamente rimettendo seduta.

“È viva…” sussurrò SuperJay. SuperSam raggiunse le colleghe alla finestra, rassicurato.

La donna stava scuotendo la testa come a voler mandare via una mosca fastidiosa. La sua gamba sinistra era piegata dalla parte opposta, e dalla quantità di sangue che le macchiava i pantaloni aveva tutta l’aria di essere una frattura esposta. Incredibilmente, la donna afferrò con forza la gamba rotta, la piegò nel senso giusto e una manciata di secondi dopo era in piedi. SuperSam si lasciò sfuggire un grido di stupore e si portò la mano guantata alla bocca. La donna guardò verso la finestra e si mise a correre.

“Sta scappando!” esclamò SuperFra precipitandosi fuori dallo studio, seguita a ruota da SuperJay.

“Chiami la polizia!” ordinò SuperSam alla professoressa, che annuì freneticamente e si gettò sul telefono, “chiami aiuto!” e si defilò dalla porta dello studio, evitando per un soffio la segretaria e alcuni studenti, attirati dalle grida.

Quando raggiunse le colleghe SuperFra era inginocchiata nel punto in cui la donna era caduta, intenta ad osservare il terreno.

“Se n’è andata,” spiegò SuperJay, allargando le braccia. “Era tutta rotta e poi è scappata. Io…” ma non trovò le parole, quindi si limitò a stringersi nelle spalle.

“Dannazione!” imprecò SuperFra, alzandosi di scatto e calciando con rabbia la macchia di erba carbonizzata su cui era inginocchiata un attimo prima.

“Ho detto alla professoressa di chiamare la polizia,” disse in fretta SuperSam, “andiamocene. Non si sa mai.”

Senza aggiungere altro i tre supereroi corsero al monopattino e si diedero alla fuga.